11 aprile 2022

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Aldo Badini

 

Nei mesi più duri della II guerra mondiale, quando gli alleati facevano piovere migliaia di tonnellate di bombe sulle popolazioni civili delle città dell’Asse, alcuni alti papaveri dell’aviazione britannica pensarono di tacitare gli scrupoli di una parte dei loro concittadini spiegando ragioni e utilità di una simile prassi attraverso una serie di conferenze. Un vescovo anglicano, richiesto del suo parere dopo avere assistito a uno di questi incontri, non fece commenti, ma si limitò a osservare che forse era sbagliato il titolo della relazione, ovvero l’etica del bombardamento, e che, dopo quanto aveva ascoltato, a suo parere sarebbe stato opportuno correggerlo con un più appropriato il bombardamento dell’etica. In effetti è difficile conciliare la guerra con la morale, a maggior ragione se si tratta di una guerra offensiva, come nel caso della cosiddetta operazione speciale avviata dal governo russo in Ucraina. Diamo pure per buona l’affermazione di Clausewitz, secondo cui la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi; resta il fatto che anche politica e morale hanno regole distinte e che non è il caso di confonderle, come ha spiegato Machiavelli 500 anni fa.

 

Eppure proprio una simile connessione ci viene squadernata da giornali e TV, che con poche eccezioni hanno allestito un gigantesco spettacolo in cui viene quotidianamente rappresentata la lotta del Bene contro il Male, dove i protagonisti, più che rispondere a interessi e convenienze razionali, come di norma accade, sembrano agire mossi da impulsi e sentimenti primordiali. Ovviamente non è così; o meglio: impulsi e sentimenti partecipano certamente ai processi mentali che conducono alle decisioni, ma è mistificante ridurre le scelte talora drammatiche dei leader alla follia o a qualche perversione, anche se è un vizio antico deformare la personalità del nemico con le categorie del demoniaco o del buffonesco, dimenticando che l’arte del governo è complessa e che mai – neppure nelle autocrazie più chiuse – è riconducibile all’esercizio di un singolo, per quanto strano o malvagio egli possa apparire.

 

Così non dovrebbe stupire la diversità di giudizio di cui è oggetto Vladimir Putin a Mosca piuttosto che a Washington, e men che meno può meravigliare il sostegno offertogli in patria dal metropolita Kirill, che ha giustificato l’invasione in Ucraina come una opposizione al «dominio del peccato», espresso da una società occidentale intimamente corrotta, di cui è segno il lassismo nell’ambito dei comportamenti sessuali: se il vaglio per misurare l’azione militare è di tipo morale, qualcuno può spingersi a trovare l’etica perfino nei bombardamenti.

 

Il che non significa, naturalmente, privarsi di un pensiero critico, né confondere l’aggredito con l’aggressore, ma riconoscere che ogni guerra nasce da una catena di ingiustizie e che, una volta iniziata, procede con una logica meccanica, la cui essenza è dare e ricevere la morte. E con la morte anche la crudeltà ingiustificata, perché così accade sempre quando si infrange il comando di non uccidere e lo si rovescia nel suo contrario. Ma allora è ipocrita e incoerente che i capi di quegli Stati che praticano l’uso della forza nelle relazioni internazionali e producono e vendono armi, si ergano a giudici di un loro competitore nello stesso tragico gioco.

 

C’è una sola opzione morale nello schema della guerra, ha ricordato di recente papa Francesco: sostituirlo con lo schema della pace. Il resto è colpa; e voler difendere la pace incrementando le spese per la guerra è pazzia.