9 marzo 2020

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

 

Chiara Maria Vaggi

 

«2 – 8 marzo 2020: una settimana strana, quasi surreale. Da domenica 1 marzo tutto chiuso per l’ordinanza regionale, tutto ciò che può aggregare, cultura, attività del tempo libero, sport e intrattenimento vario. Nello stesso pomeriggio via e mail mi dicono che per l’intera settimana anche i luoghi del volontariato parrocchiale saranno chiusi a tutte le attività comuni. Vuoti di dimensione collettiva. Anche le poche mense per i poveri ancora attive devono accentuare la dimensione individualistica: alle persone in fila ordinata si fornisce un sacchetto di viveri da consumare all’esterno…»

 

Così scrivevo nelle righe consegnate domenica. Poi lo scenario è drammaticamente peggiorato richiedendo nuova consapevolezza, rinnovato senso di responsabilità e nuovi comportamenti. Dice Galimberti che i tre mega attori del momento, a parte il virus che fa da variabile indipendente, la politica (che comprende l’economia), la sanità e la cittadinanza percepiscono interessi differenti e che il problema enorme è contemperarli. Ma non c’è solo la responsabilità civica del-l’#iorestoacasa. Mi hanno molto colpito due richieste da parte di organizzazioni di cittadinanza attiva. Una rimanda alla necessità di traduzione per gli stranieri, tutti gli stranieri, dei decreti. Sembra che, per esempio, il comune di Bolzano, sollecitato da alcuni cittadini abbia fatto uscire volantini, scaricabili, in tutte le lingue degli ospiti. Non è che gli stranieri in genere non continuino a bombardarsi tra loro di ogni sorta di whatsapp o di messaggi via social, come facciamo noi. È il comunicato ufficiale che sembra essere mancato, per lo meno all’inizio, come civile presa d’atto degli ospiti sul territorio e della molteplicità delle lingue parlate. La seconda ha per oggetto la campagna «io vorrei stare a casa». Fa riferimento ai senza tetto, ufficialmente 70.000 in Italia (ma molti di più secondo gli operatori di strada) che se sviluppassero sintomi leggeri non avrebbero un luogo in cui stare in isolamento.

 

Per concludere, lo stare a casa alimenta un flusso continuo di comunicazione via social tra amici, conoscenti, colleghi ecc, con il pericolo che un messaggio elida l’altro per sovrabbondanza e appiattimento reciproco. L’altro grande rischio, comune a tutti i mezzi di comunicazione, è che si possa alimentare la corsa all’esagerazione per ottenere un momento di ascolto in più o di identificazione nel turbamento o di stimolo a un’empatia forzosa. Un esempio per tutti potrebbe essere l’enfasi sul virus forse introdotto da un cittadino tedesco. Ero in dubbio se chiudere con questa frase del Guardian ma mi sembra possa essere uno stimolo a guardare anche oltre il nostro ambito:

 

Se gestite un ente benefico che si occupa di rifugiati o di giovani che assistono le persone in difficoltà, non ha senso affermare che quello sia il terzo o il settimo problema più grave del paese; tanto varrebbe sostituire il vostro sito web con un cartello che dice «Qui non c’è niente da vedere». Bisognerà convincere la gente che quella di cui vi state occupando sia la crisi numero uno, e di una gravità senza precedenti.