10 giugno 2020

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

 

Manuela Poggiato

 

Lo scorso marzo sul sito web dell’American Journal of Medicine è apparso un articolo: Essere un medico conservativo.

In tempi proiettati verso il progresso e immersi nell’innovazione, un manifesto al conservativismo come approccio di elezione alle scelte sulla salute, può sembrare, a prima vista, un ossimoro storico culturale e persino scientifico.

 

Ma non lo è perché il medico conservativo non è chi non apprezza le scoperte scientifiche che migliorano la qualità della vita delle persone. È invece colui che è consapevole della differenza che passa fra progresso e propaganda, colui che cerca sempre prove scientifiche che stiano alla base delle sue affermazioni, libere da interessi economici e propagandistici. Essere medici conservativi è difficile. È necessario formarsi continuamente alla medicina basata sulle evidenze, essere capaci di una lettura critica delle pubblicazioni disponibili e porre al centro di ogni propria azione di cura la persona malata, non il profitto e la fama. Ma queste considerazioni valgono per tutti, non solo per i medici. E invece in questi tre mesi non si è parlato d’altro. Senza tenere conto che di questo virus c’è solo una cosa da dire: che se ne sa poco o niente, che muta in continuazione, che non si capisce perché ci siano persone senza sintomi, ma ancora positive al quinto-sesto tampone, che le poche terapie che abbiamo sono quelle utilizzate per virus solo in parte simili a questo. Tante parole inutili: per portare a casa voti, consensi, per parlare di sé ed essere riconosciuti dagli altri. Sul numero dello scorso aprile di Luoghi dell’infinito è comparso un articolo a firma di Silvano Petrosino.

Oggi sembra che tutti vogliano continuamente parlare, come se desiderassero ardentemente entrare in contatto con l’altro, ma non perché si sia interessati all’altro, o al significato/contenuto della comunicazione, quanto perché si è interessati a sé, al riconoscimento di sé da parte dell’altro.

 

E in quest’ottica la verità vera, i malati soprattutto non hanno nessuna importanza. Conta il primato del parlare su ciò di cui si parla. Neanche a tacere ci ha insegnato il coronavirus. Ma tacere dobbiamo. Per i morti, per quelli di cui ciascuno di noi conosce e deve ricordare lo sguardo, il volto, la vita. Per il dolore di Giaco a cui è stato portato via il marito. Per Riccardo, grande amico, medico del mio ospedale, mai avuto nulla prima, dal 16 marzo ricoverato in terapia intensiva, ancora ricoverato, che ha di fronte mesi di riabilitazione perché la massa muscolare gliela ha mangiata tutta il virus insieme a tante altre cose. Per Claudio, 55 anni che mentre mi guarda cianotico mi chiede di farlo vivere e io per lui non posso, non posso fare altro.

 

Si dice che nulla sarà più come prima. Oh certo! I morti non tornano, i mesi non vissuti neppure, ma dopo un po’ per la maggior parte delle persone presto tutto andrà avanti più o meno come al solito. È già così. Attraversiamo la strada con il rosso perché, tanto, che problema c’è? Continuiamo a fumare e a buttare le cicche per terra fregandocene della salute e dell’inquinamento. Gettiamo a terra guanti e mascherine usati, potenzialmente infetti, tanto qualcuno le raccoglierà.

 

Abbiamo perso un’altra ottima occasione per godere della vita, l’unica che abbiamo sulla terra pare, non tenendo conto che la vita è e-ffi-me-ra, ˗ dal greco: che dura un sol giorno ˗ o, molto più semplicemente, proprio come accade alla rosa del Piccolo Principe, è minacciata di scomparire in un breve lasso di tempo, così, quasi senza che noi ce ne accorgiamo.