18 novembre 2019

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

 

Margherita Zanol

L’assegnazione del premio Nobel per l’economia, i cui destinatari ogni anno mi incuriosiscono senza che io, colposamente forse, capisca di cosa si occupano, quest’anno mi ha allargato il cuore. La motivazione dell’Accademia di Svezia per cui Abhijit Banerjee (India), Esther Duflo (Francia) e Michael Kremer (USA) lo hanno vinto è «Per il loro approccio sperimentale per alleviare la povertà globale».

 

Il lavoro dei tre vincitori si basa da anni sulla costruzione di un metodo che generi protocolli dedicati per sviluppare l’economia «sul campo», in aree che necessitano sviluppo. Hanno costruito un modello scientifico, volto a indagare sulle cause della povertà specifiche dell’area su cui indagano e hanno elaborato un metodo che consente la stesura di progetti che siano effettivamente soluzioni lì e in quel momento. La loro impostazione per affrontare le sacche di povertà nel mondo consiste nello scorporare i grandi problemi in micro soluzioni. Più facilmente adattabili, governabili, meno costose e quindi di più facile attuazione.. I tre premiati hanno costruito ed elaborato i loro modelli, impostando poi progetti dedicati, che non sono mai soluzioni istantanee, ma iniziative «di metodo». Esther Duflo, in una sua presentazione visibile su youtube (Esther Duflo – TED 2010 – Social experiments to fight poverty) spiega molto bene: «Non possiamo ancora sradicare la povertà, ma possiamo iniziare a farlo. E possiamo farlo, partendo da piccole cose, che sappiamo essere efficaci».

 

Senza voler entrare nella valutazione dei loro studi, vorrei qui segnalare i tre aspetti che mi hanno colpita: il primo, già citato, è il riconoscimento, fatto da una delle massime organizzazioni accademiche, di studi che sono intrinsecamente nati per essere concretizzati. Ci sono le indagini, sono individuati gli algoritmi, ma la sostanza dello studio sta nel modo di trovare le soluzioni.

 

Il secondo riguarda le aspettative e la valutazione dei risultati. In questi tempi di slogan immediati e di «soluzioni» semplici per problemi complessi, si parla di una visione proiettata nel tempo. I report sulle loro iniziative misurano gli effetti negli anni (prima valutazione a 18 mesi, seconda a 3-5 anni, ultima a 7 anni, è descritto in una pubblicazione di Esther Duflo) e li valutano su benessere, spirito di iniziativa, sfruttamento delle opportunità, ottimizzazione delle possibilità, in settori che vanno dall’agricoltura, all’allevamento, allo stipendio percepito nel caso di un lavoro dipendente. Come qualche raro commentatore si azzarda a dire, «non esistono risposte semplici a problemi complessi». Chi opera per un risultato di durata lo sa e sa aspettare per valutarne la qualità.

 

Il terzo aspetto riguarda i destinatari delle iniziative: donne, ormai riconosciute nel mondo in via di sviluppo come socialmente decisive per motivazione ed affidabilità, e bambini. Che, questi ultimi, non votano, non consumano, non sono quindi platea di consensi di piazza. Per loro è stato creato un metodo di «tutoraggio» nelle scuole, adattato alle realtà locali. Il parametro da valutare, va da sé, è il loro rendimento scolastico. Queste persone credono nella formazione, nell’importanza dell’appren-dimento, nei suoi effetti positivi nel tempo sul benessere di ciascuno. Obiettivi non nuovi per la generazione «oltre», tuttavia emozionante nell’Occidente di oggi; in un mondo in cui lo abbiamo dimenticato.