14 settembre 2026

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Luisa Riva

 

L’inizio delle vacanze in genere porta con sé qualche progetto: per alcuni il riposo, per altri un viaggio, una lettura, tempo per le relazioni. Si sa, non sempre i progetti si realizzano. Il caldo estenuante di questa estate, gli avvenimenti drammatici che si impongono senza interruzione ai nostri occhi, alla nostra coscienza, e ci lasciano pure loro senza respiro, non hanno certo aiutato a realizzare i propositi.

 

Si torna a casa, più o meno soddisfatti e si riprende. «Si riprende» o «si ricomincia»? La sospensione mi si è imposta perché in effetti riprendere mi suggerisce il ritorno alla nostra routine, quella dalla quale volevamo in qualche modo prendere le distanze, in cerca di qualcosa. Ricominciare vuol dire cominciare di nuovo, certo qualche cosa di noto, ma porta in sé l’idea di inizio, l’inizio comporta un’apertura, lo spazio per la novità. Ciascuno di noi, ripensando a questi mesi estivi vissuti, può trovare elementi per ricominciare e non solo riprendere.

 

Io vorrei condividere qualche frammento di un’esperienza che ho fatto partecipando a incontri in cui un filosofo italiano (Roberto Mancini) e un filosofo e teologo della Guinea Bissau (Filomeno Lopes) dialogavano sul tema I nomi di Dio nelle sfide del mondo attuale. Come si può sperimentare Dio in una società disumana? Ma vorrei farlo soprattutto ricordando alcune espressioni della cultura africana che hanno costellato gli interventi del prof. Lopes e ci danno una piccola chiave di accesso a un portato di pensiero che noi troppo a lungo abbiamo sottovalutato considerandolo mitico, primitivo, espressione dell’infanzia dell’umanità e non uno sguardo altro che interpreta il mondo. «Quando la luna è piena inizia a calare, poi finisce per rinascere». Oggi è uno scontro di lune piene, è come «danzare una danza indanzabile». Per danzare bisogna riaprire lo spazio dell’incontro e della coralità, della sinodalità, potremmo dire. «Al piccolo leone che dice: la foresta è mia, la leonessa risponde: No, è nostra». Leone XIV, all’inizio della Magnifica humanitas, scrive:

 

É compito di ogni generazione far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.

Nella tradizione africana «quando seppellisci qualcuno se, uscendo dal cimitero, vedi entrare chi accompagna un altro defunto, devi tornare indietro per condividere il suo dolore». Oggi è come se una madre non potesse più uscire dal cimitero, perché l’umanità è un intero cimitero, ma dobbiamo metterci «sul sentiero delle formiche» che procedono lente senza voler cambiare la storia, ma di fatto fanno la storia. «Esse dicono: uniamoci e riusciremo a trasportare l’elefante dove vogliamo. Infine: quando è buio, è buio. A nulla serve prendersela con il buio, accendi la tua piccola candela».

 

Nominare le cose vuol dire farle essere. E noi cristiani che ci diciamo cattolici, cioè chiesa universale alla quale appartiene più di un miliardo di esseri umani con lingue e culture diverse, a chi diamo la parola per nominare Dio, la vita e la storia? Una domanda che, dopo questi incontri, ritorna e mi inquieta.