14 settembre 2020

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

 

Margherita Zanol

 

«Era solo un immigrato». L’ultimo sdoganamento della disumanità del nostro quotidiano è in queste parole dei familiari dei due ragazzi che hanno ucciso a botte Willy Monteiro. Si era intromesso tra loro e un suo amico per sedare una rissa ed è stato massacrato. Cerco di immaginarmi i commenti di Salvini e Meloni, se tre ragazzi originari di Capoverde avessero picchiato e ammazzato un giovane italiano di Colleferro. Venti minuti di botte, dicono le cronache. Ma quanto impiega ad arrivare una pattuglia di poliziotti? Alla fine del pestaggio, Willy era ancora vivo. Ogni minuto in meno avrebbe contribuito a salvargli la vita.

 

Siamo stati accolti da questa terribile notizia, appena (forse non ancora) rientrati in città con il nostro fardello di preoccupazione su come sarà la vita di tutti dopo i mesi di pandemia, non ancora sedata: nelle nostre relazioni sociali, nei nostri quartieri, nel nostro lavoro, nel nostro paese. Siamo rientrati e stiamo tutti cercando di «mettere insieme» i pezzi di uno stile di vita che siamo stati costretti ad abbandonare e al quale vorremmo tutti tornare. Eccolo qui il cambiamento epocale: lo abbiamo nominato con grande frequenza in questi ultimi anni, attribuendolo agli altrettanto epocali flussi di popolazione da una parte all’altra della terra. E invece ci ha colti dalla sera alla mattina, per colpa di un virus che ci ha fatti ammalare (e in troppi casi morire), ci ha chiusi in casa e ora ci impone di attivare nuovi comportamenti in ogni ambito del nostro vivere.

 

Siamo immersi in due realtà parallele e apparentemente non comunicanti: una relativa ai grandi problemi del mondo: elezioni americane, Fondo europeo per la ricostruzione, trasparenza delle grandi potenze, stato di salute delle democrazie occidentali e del nostro pianeta, per dirne qualcuna, che ci portano a domandarci quanto di quello che accade ci viene raccontato e come si evolverà l’Occidente. Un’altra relativa al nostro quotidiano: vite cambiate per la necessità di non frequentarci e non rimanere vicini, progetti abbandonati, previsioni solo a breve, brevissima scadenza. Intorno a noi il mondo del lavoro completamente rivoluzionato, strumenti di comunicazione nuovi e talvolta di difficile comprensione, priorità da rivedere e criteri di valutazione inediti.

 

Un mondo nuovo, abitato in questa parte del mondo da molte persone ancorate, per età e per storia, al secolo passato, e da ragazzi e giovani, che noi vediamo spaesati ed esposti, ma che di fatto si muovono in una realtà che loro conoscono, dalla quale siamo sempre più esclusi. Che cosa possiamo fare noi anziani? Come possiamo muoverci? Il nostro ruolo «culturale» si fa sempre più inutile per i grandi cambiamenti in atto; quello nella società è stato molto ridimensionato dallo sviluppo della pandemia. Le attività di volontariato, i centri di aggregazione, il sostegno alle famiglie di figli e nipoti non sono più automatici. Molte interazioni ci sono, per ora, impedite. Molti bisogni a cui non ci è più consentito di fare fronte sono per ora inevasi.  Che fare? Ancora una volta mi viene in aiuto la parola profetica e attenta del cardinale Martini, con una frase preziosa detta nella sua bella, forse ultima, intervista a padre Sporschill (Conversazioni notturne a Gerusalemme, ed. Mondadori), in merito alle «novità» dei suoi ultimi anni: «A volte non capisco. Osservo e prego».