13  settembre 2021

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Margherita Zanol

 

 

«Mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata». Credo che poche frasi si adattino alla nostra situazione di oggi, come questo amaro commento di Tito Livio alla politica romana. Roma in un’occasione tragica. L’Occidente della decadenza, oggi, unito ad attori nuovi (Russia, Cina, India, Brasile) lascia che il nostro pianeta si estingua.  È privo di una visione costruttiva, salvifica. E così, gli ultimi della terra soccombono, assieme a quelli, noi, che erroneamente si sentono al sicuro.

 

C’è un fil rouge in tutto l’accavallarsi di eventi che ci stanno attorno: appare sempre più evidente, a livello di politica tra le nazioni e di alleanze, la cesura tra mondo ricco e mondo povero; differenza che si allarga sempre più: il primo si arrocca nei suoi «valori», il secondo subisce e talvolta cerca di inseguire con le modalità che noi gli abbiamo insegnato. Sembra che non sia stato compreso davvero quanto i potenti vanno ripetendo, forse a vanvera, forse ipocritamente: «o ci si salva insieme o non si salva nessuno».

 

Lo aveva compreso bene Gino Strada, scomparso recentemente, proprio nei giorni terribili della trasformazione afghana. Aveva messo il suo talento e le sue forze nell’applicazione di questo principio. Diceva «I diritti sono di tutti. Ma proprio di tutti. Altrimenti, chiamateli privilegi». Chissà se le notizie che arrivavano da uno dei paesi in cui maggiormente si è adoperato hanno avuto effetto sul suo cuore malato. Aveva scritto un libro, uscito da Feltrinelli nel 1999: Pappagalli verdi. In esso c’è una considerazione agghiacciante: che cosa spinge persone di talento, conoscenza, abilità, a spendere la loro vita professionale nel disegnare mine antiuomo, che vengono poi sparse sul territorio e calpestate da civili inermi, tra cui tantissimi bambini?

 

Per fortuna questa è soltanto una parte di quanto sta accadendo. La parte più allarmante e più visibile, ma c’è altro, che si muove in sordina, contro ogni logica e possibilità di sperare.

 

Seguo con emozione e commozione quanto, nonostante tutto, in barba alle discussioni «alte», viene fatto da singole persone o da piccole organizzazioni. Guardo con emozione e commozione a queste persone dal nome sconosciuto che fanno la loro parte: ha fatto il giro del mondo la foto di Tommaso Claudi, trentenne addetto all’ambasciata di Kabul che, in aeroporto, tentava di dare una mano nel salvataggio dei profughi, mentre il suo ambasciatore era già tornato a Roma. Mi ha commosso la dichiarazione della giornalista Francesca Mannocchi, rientrata a Roma da Kabul che, alla domanda: «Non c’era nessun ministro ad accogliervi a Roma. Come si è sentita?» ha risposto: «Vorrei rendere omaggio ad altri servitori dello Stato: a quei diplomatici che hanno tentato e stanno tentando in tutti i modi di aiutare ad espatriare il maggior numero di persone possibile. È per consentire loro di completare queste pratiche di espatrio, che il nostro aereo è partito più tardi del previsto».

 

C’è un libro di Jan Bokken, edito da Iperborea. Si chiama I Giusti e racconta nelle sue circa 500 pagine, la storia di un uomo e dei suoi numerosissimi collaboratori, direi complici, che si sono adoperati per fornire documenti di autorizzazione all’espatrio a famiglie ebree, dopo la promulgazione delle leggi razziali nel 1938. Non conoscevano la portata di quanto facevano, ma andavano avanti a riempire moduli. Giorno e notte, finché è stato possibile, nonostante i crampi alle mani. E c’è un’altra storia, che conosciamo tutti: il Signore non distruggerà Sodoma, se ci saranno dieci giusti nella città (Genesi 18, 32).