22 novembre 2022

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Chiara Vaggi

 

A livello macro, dovunque guardo, mi sembra che anche nel nostro tempo il conflitto sia onnipresente: conflitti mondiali prefigurati, espliciti, agiti a livello regionale, conflitti tra etnie all’interno degli stati che sembrano lasciati in un bagno di sangue a marcire e perpetuarsi, conflitti economici, conflitti per le risorse fondamentali come l’acqua, conflitti politici tra vincitori e perdenti con tutte le rivalse del caso, conflitti sociali anche negli stati più autoritari… Ma, a mio parere, forse perché sono figlia di un uomo che dopo l’8 settembre 1943 ha fatto volontariamente la guerra insieme alle truppe alleate, ci sono conflitti che mettono alla prova il concetto di pace.

 

Tra questi ultimi, alcuni si impongono ai nostri occhi e suscitano particolare ammirazione: quelli delle donne e dei giovani iraniani (i manifestanti hanno in gran parte meno di 30 anni, in un paese con l’età media di 32), un blocco sociale che si è creato a cominciare da manifestazioni di protesta che mostrano un grande anelito di libertà, la costanza nell’affrontare e denunciare gli abusi del patriarcato, la creatività nel gestire le forme di contrasto… A queste lotte seguono la repressione, la tortura, l’uso delle false confessioni… La signora ottantenne che mostra di essersi tagliata i capelli con la foto del figlio ucciso in mano è una testimonianza davvero toccante sia perché fa un gesto rivoluzionario, sia perché l’immagine del figlio assassinato offre la spiegazione storica e collettiva del suo agire.

 

Sono conflitti dall’esito molto incerto, dove il prezzo da pagare per il proprio coraggio e la propria testimonianza potrebbe essere sempre più alto. Il regime governativo e la polizia morale si dimostrano particolarmente crudeli e determinati e non da oggi: nel 2019 la repressione di piazza aveva fatto 1500 morti.

 

Vorrei sottolineare che anche il premio Nobel per la pace del 7 ottobre di quest’anno ha voluto riconoscere l’importanza della lotta per l’affermazione dei diritti fondamentali. Che cosa sono infatti Alex Bialiatski, Memorial e il Centro ucraino per le libertà civili? Sono testimonianze importanti di antagonismo e resistenza.

Il Nobel per la pace, che a volte ha scatenato polemiche anche per la mancanza di adeguati approfondimenti storico/politici (come quello attribuito ai due leaders di Etiopia ed Eritrea), ha onorato la dimensione della lotta per i diritti umani e la memoria storica.

 

Il bielorusso Bialiatski, uno degli iniziatori del movimento democratico, è stato imprigionato dal 2011 al 2014 e nuovamente in seguito alle manifestazioni contro il regime nel 2020. È in carcere in semioscurità e non ha ancora avuto il processo. Memorial è nata sotto Gorbacev per documentare, attraverso un enorme lavoro d’archivio, i gulag e le vittime dello stalinismo. Ora Bondarenko, uno degli storici dell’associazione, è rifugiato a Berlino dopo che la sede è stata chiusa a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Il Centro per le libertà civili è stato fondato a Kiev nel 2007 per promuovere diritti umani e democrazia in Ucraina e ora si occupa anche di documentare i crimini di guerra russi contro la popolazione civile. Non è possibile citare tutti i movimenti antagonisti per i diritti, ma vorrei ricordare almeno gli attivisti per l’ambiente dell’America Latina che spesso vengono assassinati.

 

Anche nella dimensione del conflitto si possono dunque riconoscere e valorizzare lotte e opposizioni che fanno da luci nelle situazioni più buie, a costo di grandi sacrifici personali e collettivi.