8 aprile 2019

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Margherita Zanol

 

Ammetto, con una certa vergogna, di essere finita nel novero degli haters in rete. Vorrei a volte sapere usare i social network, per potermi scagliare con forza contro chi dice «aiutiamoli a casa loro», «non possiamo mica accoglierli tutti», «guardati in giro: è pieno di spacciatori africani». Sono frasi pronunciate sempre più spesso, ormai anche da persone che fino a oggi sembravano curiose e desiderose di informarsi sui temi di cui parlavano. Sono frasi che, in bocca loro, finiscono sempre con un punto fermo. Sono la soluzione e sono sempre più spesso accompagnate dalla postilla «Intendiamoci: io non sono razzista per niente».

 

La risposta che non è intenzione di nessuno «accoglierli tutti» (chi? l’Asia? L’Africa? Il Sud America? Il Medio Oriente?), che l’aiuto a casa loro, anche là dove viene fatto, richiede tempo, e nel frattempo le persone vivono in estremo disagio, che le cause dell’«emergenza migranti in piazza Duca d’Aosta a Milano» sono legate all’assenza di regole e a leggi confuse o inesistenti, fa di te una comunista, buonista, la rovina del nostro futuro.

 

Le discussioni su questo tema fanno emergere, in questi ultimi tempi, un aspetto che non può essere trascurato: alla domanda: «ma tu che cosa faresti con chi arriva, anche se non lo vogliamo?» viene spesso risposto che non è compito nostro trovare la soluzione. Che ci devono pensare i politici e che, visto che non è andata con la diplomazia, che Dio benedica l’Uomo Forte.

 

I numeri delle persone coinvolte, in generale non sono noti. Per curiosità li ho chiesti. Mi sono sentita rispondere che «non è un problema di numeri, ma di principio». Le ragioni del disagio nelle periferie delle città, essendo molteplici e complesse, spesso non sono approfondite. E solo una minoranza, tacciata con disprezzo da élite, è disposta ad affrontare la preoccupazione, a volte la paura, del cambiamento iniziato in questi tempi, inarrestabile, solo in parte regolabile, che proprio per questo richiede forza e una visione al di là della tattica e della campagna elettorale.

 

Un aspetto appare, su questo come su altri temi importanti: la domanda «che cosa posso fare io per…?» viene posta da una minoranza troppo ridotta, per avere, se non risultati, almeno un percorso condiviso. Fenomeno epocale è un’espressione usata abbastanza frequentemente. Temo senza coglierne il significato profondo di complessità e drammaticità, che non dà spazio a risposte semplici. Una risposta sicuramente coraggiosa e impegnativa potrebbe essere cercare di vincere la paura. Di guardare in faccia il processo in corso, che è inarrestabile e può solo essere convogliato: dalla buona politica (quindi: attenti a chi ti promette di rimpatriarne 600.000. Non può farlo né tecnicamente né politicamente) e dalle iniziative sul territorio, per dire due ipotesi di lavoro. Perché, e qui cito Luigi Ciotti nella sua bella Lettera a un razzista del terzo millennio: «Il futuro ci chiede di andargli incontro, non di attenderlo, arroccati nelle nostre ansie… A meno di non dire differenza, intendendo piuttosto inferiorità. Ma questo è il cuore del razzismo».