9 luglio 2018

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Enrica Brunetti

 

 

Tempo d’estate, di afa in città e di voglia di cambiare aria per ricaricare le pile dell’energia perduta nelle fatiche del quotidiano.

 

Sullo sfondo il ritmo incessante delle notizie non ci molla: una breaking news che illumina lo smartphone, un’occhiata al giornale di carta o virtuale per colazione, una sottolineatura social degli amici, le newsletter e gli appelli più disparati, il TG nell’ora di punta o il GR dell’autoradio per distrarci nell’irritazione del solito traffico non ancora andato in vacanza. Così seguiamo, rassegnati o costernati, magari sognando l’ora del riscatto e di nuovi equilibri avanzati, le performance verbali del governo e le vicende dei cattivi del mondo – più raramente arrivano quelle di segno positivo –; ci facciamo commuovere dalle briciole di bontà sparse nelle pieghe della cronaca, indifferenti alle catastrofi che stravolgono la storia dei nostri giorni, ma si svolgono a distanza di sicurezza, magari dietro le quinte di accordi internazionali.

 

Alle storie dei migranti ci abbiamo fatto il callo e sabato di magliette rosse come i vestiti dei bambini che muoiono in mare, come ha provato a chiedere don Ciotti «per mettersi nei panni degli altri … per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini», non ne ho incontrate tante per la strada all’ora della spesa, ma hanno invece affollato i messaggi di WhatsApp e acceso qualche speranza di condivisione possibile in altre piazze e in altri incontri: dovrà per forza vincere il pensiero leghista, in fondo Salvini non ha tutti i torti e fa bene ad alzare la voce? Dovrà per forza dominare l’ossimoro dell’Internazionale nazionalista/sovranista che riempie gli slogan, e guarda strabico agli interessi di casa propria?

 

Per fortuna possiamo parlare di calcio, un mondiale senza, senza  Italia, alla fine ce ne siamo fatti una ragione; senza squadre sudamericane alla meta, anche il papa ha dovuto consolare i brasiliani, «coraggio un’altra volta ci sarà!»; senza ultrà perché con i russi non si scherza; un mondiale di stelle cadenti – ah Messi Messi! –, e di astri nascenti – Neymar, è un campione del pallone o del rotolamento in campo? –; e Ronaldo andrà davvero alla Juventus? Queste, insomma, le domande che davvero turbano gli inquieti sonni estivi!

 

La coppa alla fine sarà europea, ma Luis ha cercato di raccontare il mondiale in una lingua che non ha neppure la parola per dire pallone, perché voleva narrarlo ad abitanti delle Ande peruviane che vivono a 3352 metri di altitudine e parlano soltanto il quechua, l’antica lingua degli Inca, perché si emozionassero per quella squadra del Perù tornata al mondiale dopo 36 anni. Per farlo ha incrociato la lingua del quotidiano andino con quella del calcio: il giocatore in azione costruisce strade dove prima c’erano solo sentieri e, se una squadra è un vero gruppo, è come aiutare il vicino a fabbricarsi il tetto. La sconfitta con la Danimarca? È come se le nuvole si fossero svuotate. Non è stata solo narrazione, ma resistenza etnica e culturale: «difendere una lingua significa battersi per la conoscenza, l’identità e la memoria» (la Repubblica, 9 luglio 2018).