12 aprile 2021

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Maria Rosa Zerega

 

La pandemia ci ha fatto ripensare al ruolo dello Stato come protagonista nell’organizzazione nella vita economica e della società, dopo decenni in cui questo ruolo era stato affidato al mercato. Le diseguaglianze emerse con forza non sono solo economiche, sono di garanzie, di diritti, di habitat, di accesso alla conoscenza, di sicurezza di non essere abbandonati di fronte a problemi di salute.

 

Tutti speriamo nell’attuazione del Recovery Plan, che in realtà si chiama Next Generation Plan. La bozza del documento è stata redatta dal precedente esecutivo. Il governo Draghi la sta rielaborando, mantenendo però l’impostazione precedente. Molto del futuro del Next Genera-tion europeo e del percorso di integrazione europea dipenderà da come e se l’Italia saprà gestire queste risorse.

 

Il totale della cifra erogata è di 750 miliardi, di cui 204,5 all’Italia. Ci sono delle indicazioni fisse su come spendere la somma: il 37% per il clima e il 20% sul digitale. I progetti di rilancio dovranno contemplare sette indicatori: le energie rinnovabili, la ristrutturazione degli edifici per il risparmio energetico, tecnologia pulita e trasporto, tecnologie digitali, accessibilità ai servizi della pubblica amministrazione, espansione dell’economia dei dati, riqualificazione e aggiornamento dei lavoratori.

 

I tempi di attuazione sembravano certi. Il Piano sarebbe stato presentato al Parlamento italiano entro il 30 marzo, entro il 30 aprile alla Commissione, che lo avrebbe valutato e proposto eventuali correzioni entro il 21 giugno. Pare invece che i tempi saranno più lunghi del previsto. Il Recovery Plan è legato all’approvazione dell’aumento del massimale delle risorse proprie del PIL dell’EU da parte di tutti i 27 parlamenti nazionali. Attualmente l’accordo è stato sottoscritto da 16 parlamenti (compresa l’Italia), mentre 11 non l’hanno ancora ratificato. Inoltre in Germania un gruppo euro-ostile (2000 cittadini) ha fatto ricorso in tribunale, intimando al Presidente di non firmare la legge di ratifica. Se tutto va bene ci vorranno tre mesi per arrivare alla firma. È pertanto forte il rischio che si arrivi all’autunno prima che la Commissione possa erogare i primi aiuti.

 

Di fronte a queste difficoltà, si capisce come un’Europa confederale, divisa in tante piccole patrie che non vogliono cedere parte della loro sovranità, in cui le decisioni devono essere prese all’unanimità, con l’approvazione di tutti i 27 paesi dell’Unione, non sia all’altezza delle sfide del mondo attuale. Fortemente si sente la mancanza di una costituzione che dia all’Europa sovranità e autorevolezza.