15 giugno 2026
QUALCHE RIGA PER COMINCIARE
Aldo Badini
Ottanta è un bel numero rotondo, che nella vita delle persone suggerisce l’idea di un lungo cammino e di una pienezza di frutti. Ma ottanta sono anche gli anni della nostra repubblica, nata con il referendum del 2 giugno 1946, otto decenni fa. In qualche modo ne siamo figli, ma forse non tutti se ne ricordano e il loro affetto e orgoglio nazionale lo riservano piuttosto ai campioni dello sport (quando vincono, si intende).
È vero però che proprio la metafora sportiva aiuta a capire l’incerto calore del nostro sentimento: è facile gioire per le vittorie sfolgoranti, ma la Repubblica Italiana nasce dopo un tempo sofferto, funestato da una drammatica guerra civile, dalla sconfitta nel secondo conflitto mondiale e dai gravi errori del re, corresponsabile del disastro insieme con il governo del duce.
È comprensibile, quindi, che la memoria di quegli eventi dolorosi abbia offuscato l’origine della repubblica; ma d’altra parte ogni nascita dovrebbe essere motivo di gioia, specialmente quando un nuovo fiocco, rosa o azzurro che sia, mette fine ai lutti e inaugura un altro ciclo di vita.
Il referendum istituzionale di ottanta anni fa confezionò dunque quel fiocco rosa che separava due epoche: chiudeva il tempo della monarchia, che pure aveva avuto il merito di unificare il Paese, e ne apriva uno diverso, quello della repubblica, che traeva la propria legittimità dalla libera espressione della maggioranza del corpo elettorale italiano.
E proprio qui sta il valore di quella nascita. Sta nella scelta di un popolo che tornava a essere interpellato dopo venti anni di dittatura in cui le consultazioni erano state ridotte a una mera finzione e che in quella circostanza esprimeva anche un voto politico nella elezione dei suoi rappresentanti. Sta in una ritrovata libertà, dunque, ma non solo: infatti, come mai in precedenza, il voto diventava davvero universale, perché non si limitava a interrogare la volontà dei cittadini maschi, ma per la prima volta chiamava alle urne anche l’altra metà della popolazione, le donne, che fino ad allora erano state colpevolmente ignorate.
Tre anni fa Paola Cortellesi, regista del film C’è ancora domani, ha saputo cogliere con sensibilità il significato di quel primo voto femminile, facendone il fulcro di un racconto in bianco e nero che ha il sapore della verità. La protagonista è una persona semplice, umiliata da un uomo oppressivo, ma determinata ad assicurare alla figlia la possibilità di accedere a un futuro migliore. Lo fa con pazienza e con il proprio lavoro, fiduciosa che ci sia ancora quel domani che dà il titolo alla storia. Non è una ribelle, ma non dismette la sua dignità: e quando il marito le straccia il certificato elettorale, lei lo raccoglie, indossa il suo vestito buono e in quel giorno di giugno di ottanta anni fa si reca al seggio, consapevole di valere qualcosa e fiera di poter contribuire con un segno di matita alla costruzione del futuro sperato.
La resistenza silenziosa e la forza mite sono le sue armi; la partecipazione al voto si carica di senso e diventa emblema di emancipazione e di libertà ritrovata. Happy end, ma non solo; perché emancipazione e libertà ritrovata sono le radici profonde che stanno a fondamento della nostra repubblica e che noi, in quanto eredi di quella resistenza silenziosa e di quella forza mite, siamo tenuti a onorare e a celebrare con la giusta solennità.
