24 maggio 2022

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Manuela Poggiato

 

Negli ultimi due anni ho dovuto imparare a non usare più le mani. Io che ci vedo poco e che per questo ho affinato nel tempo tatto, udito, odorato. Io che per mestiere visito, tocco:

Le nostre mani si muovono / dalla schiena fino alle natiche / solleviamo i pazienti […] Le mani si incontrano, si toccano le teste / […] incliniamo / i nostri corpi verso gli anziani [… ] premiamo le nostre mani sui toraci (Davis, 199 in Lucia Zannini Medical Humanities e Medicina Narrativa Cortina Editore 2008).

 

Non mi piace, non mi è mai piaciuto il gesto del pugno con cui qualcuno ci ha insegnato che dobbiamo imparare a salutarci. Il pugno è duro. Al tatto si sentono solo le nocche, rigide, ossute, secche. Con la mano intera si percepisce la morbidezza della pelle, il calore, la consistenza. Dopo lo sguardo, è il primo modo per incontrare l’altro. Ricordo il gesto di un collega e amico che tocca – toccava – la lingua dei malati per capirne lo stato di idratazione. Da più di due anni visito con i guanti cambiandoli a ogni malato. Alcuni medici lo hanno sempre fatto e mi sono chiesta più volte come lo vivrei se il paziente fossi io: una barriera fra me, la persona che mi cura, virus e batteri, certo, ma soprattutto fra me e la persona che cura.

Non basta vedere, è necessario sentire, toccare. Penso ai medici che hanno toccato il male e hanno scelto di restare lì con gli ammalati. Il tatto è il senso più pieno, quello che ci mette la realtà nel cuore. […] Dobbiamo toccare con le nostre mani il dolore della gente.
(Papa Francesco intervistato da Fabio Fazio, Rai 3, 6 febbraio 2022).

 

Ho sempre negli occhi quel sabato 22 febbraio di due anni fa, la sera del primo paziente COVID positivo all’ospedale di Melegnano. Avevo appena mandato un messaggio di augurio per la notte alla giovane collega in servizio da me in Medicina. La mia cena era finita, stavo uscendo da casa sua quando Ugo, sentita la notizia, dice sommessamente che sono previsti milioni di morti. E io sento, ancora ora incredula, la mia voce dire che comunque è solo un’influenza… Ci sono stati infiniti giorni in cui avrei voluto che non solo le mie mani fossero guantate – due guanti per mano, uno sopra l’altro –, che anche la mia faccia fosse coperta e non solo dalla mascherina, ma tutta intera e soprattutto gli occhi per non vedere, non dover guardare e allo stesso tempo per non essere vista. Al resto del corpo – testa, tronco, braccia, gambe – ci pensavano facilmente cuffie, camici, tute e soprascarpe. Ricordo occhi supplichevoli, sofferenti, urlanti e i miei altrettanto impotenti, dolenti, silenziosi.

 

Oggi che la morsa sembra attutita, oggi che, rabbrividendo, ho nuovamente sentito dire da una collega che è diventata una semplice influenza, ho proprio voglia di tornare a sporcarmi le mani. Voglio fare come il samaritano che, passando di lì per caso, soccorre l’uomo picchiato, derubato dai briganti e lasciato lì sul ciglio della strada dal sacerdote e dal levita:

Passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite […] poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Luca 10, 25-37).