13 maggio 2024

 

QUALCHE RIGA PER COMINCIARE

Cesare Sottocorno

 

È sufficiente sfogliare, anche distrattamente, un manuale di storia per ingrovigliarsi in un numero incalcolabile di patti, accordi, congressi, trattati di pace. In uno di questi, sottoscritto ad Augusta nel 1555, addirittura si stabilì che i sudditi (non ancora cittadini) di qualunque territorio dovessero seguire la religione del proprio sovrano. Qualche secolo dopo, principi e sovrani si riuniscono a Vienna per rivedere i confini dell’Europa dopo la sconfitta di Napoleone (1815). Nella sala della reggia di Versailles (1919) i vincitori del primo conflitto mondiale formavano nuovi stati, ne dimenticavano altri, come il Kurdistan, e creavano, nel Medio Oriente, i presupposti di una crisi che ancora oggi provoca morte e distruzione in quelle terre. Ancora alla mente la fotografia di Churchill, Roosevelt e Stalin, intabarrati e sorridenti, a guerra mondiale ancora in corso (1945), riuniti a decidere le sorti del mondo. Più vicina a noi, la stretta di mano tra Yitzhak Rabin, capo del governo di Israele, e Yasser Arafat, presidente della Palestina, a Oslo, sotto lo sguardo soddisfatto del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton: accordi che avevano suscitato tante speranze che presto andarono drammaticamente deluse.

 

Da qualche decennio, almeno sul nostro territorio, non ci sono stati conflitti devastanti come le due guerre mondiali. La dissoluzione della Yugoslavia è stata dolorosa e ha portato lutti e rovine. Lo stesso sta accadendo tra l’Ucraina e la Russia. Nel rapporto pubblicato a gennaio 2024 dall’Acled, l’organizzazione non governativa che si occupa di monitorare i conflitti nel mondo, si legge che sono circa 50 i paesi caratterizzati da combattimenti definiti estremi, elevati e turbolenti. I Grandi della Terra si limitano a sostenere, o addirittura fomentano, una fazione o l’altra a seconda dei propri interessi economici. L’ONU approva risoluzioni che rimangono inascoltate. Periodicamente le nazioni sviluppate, fra cui anche l’Italia, si ritrovano, con minime presenze femminili, per cercare soluzioni a problemi spesso creati da loro stessi. Credo che mai a uno di questi incontri sia intervenuto un abitante dell’Amazzonia, di quelli che hanno visto la loro foresta sfregiata e distrutta dalle multinazionali. Sempre e comunque i ricchi a decidere le sorti dei poveri, sudditi di un potere che sacrifica agli interessi di qualcuno un’equa distribuzione delle ricchezze e il bene comune.

 

Il prossimo G7 è stato organizzato dall’Italia e si terrà, dal 13 al 15 giugno a Borgo Egnazia, in Puglia. Interverranno i leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti e del nostro Paese. Sarà rappresentata l’Unione Europea e per la prima volta sarà presente papa Francesco. Si parlerà della guerra in Ucraina e in Medio Oriente, di clima, di migranti, di economia con lo sguardo agli stati in via di sviluppo. Ci sarà un confronto sul tema dell’intelligenza artificiale che sta preoccupando non poco gli abitanti della Terra, come era stato per l’energia atomica la cui evoluzione continua a terrorizzare chi è sano di mente.

 

Borgo Egnazia è una masseria di più di cinquecento camere, luogo esclusivo con piscine, terme, ristoranti, campo da golf, eliporto e via dicendo, e costi di migliaia di euro al giorno. Nella terra di don Tonino Bello, prete e vescovo povero per nascita e per scelta, «seminatore di pace», nelle parole di papa Bergoglio. In quei giorni, Francesco farà sentire forte la sua voce per rendere testimonianza al vescovo del grembiule e speriamo, se dovesse fermarsi la notte, scelga un alloggio in mezzo alle persone di tutti i giorni.